Parlare da solo è una cosa normale. Parlare con te stesso ti aiuta a organizzare i tuoi pensieri. Non è decisivo se parli con te stesso, ma come lo fai.
Molte persone parlano con se stesse, spesso in silenzio. Anche se quasi tutti lo fanno, per alcuni i monologhi sono ancora una cosa strana. Eppure, da un punto di vista psicologico, sono una parte normale della regolazione del comportamento: «Aiutano a elaborare le esperienze, a prepararsi per il futuro e a rimanere in grado di agire in situazioni difficili», spiega Nadia Fernández Müller, consulente psicologica con studio privato.
I dialoghi con se stessi sono brevi scambi interiori o pronunciati ad alta voce. Spesso si tratta di frasi o commenti isolati, come:
Si presume che la maggior parte degli adulti abbia l’abitudine di parlare da soli, soprattutto quando è richiesta attenzione, pianificazione o regolazione emotiva.
Ci sono due tipi di dialoghi interiori:
«Un motivo fondamentale per cui le persone parlano da sole è la strutturazione dei pensieri», spiega l’esperta. «Il linguaggio aiuta il cervello a organizzare le informazioni e a controllare le azioni. Chi parla da solo ordina le impressioni, valuta le situazioni e prepara i prossimi passi.»
I dialoghi interiori sono quindi molto frequenti:
Non sono un segno di incertezza, ma indicano che il cervello è impegnato a organizzare pensieri ed emozioni.
I dialoghi interiori costruttivi sono considerati un segno di salute mentale. Possono aiutarti a ridurre lo stress, a rafforzare la fiducia in te stesso e a gestire le emozioni senza esserne sopraffatto.
L’importante è il tono. Non sono invece utili i monologhi che consistono solo in rimproveri o in un continuo rimuginare. «Non è il parlare con se stessi a essere problematico, ma il tono spesso distruttivo e ipercritico con cui lo si fa», spiega Nadia Fernández Müller.
Di solito, i monologhi interiori si manifestano in modo automatico. Tuttavia, possono essere controllati consapevolmente, facendo una breve pausa e traducendo i pensieri in parole. In questo caso, sono utili frasi semplici e concrete che si riferiscono direttamente alla situazione. È utile, ad esempio, in situazioni di stress, processi decisionali o fasi di concentrazione. L’obiettivo è quello di organizzare i pensieri e di avere una visione d’insieme.
Il discorso positivo con se stessi ha lo scopo di incoraggiarci e di mettere a tacere il critico interiore, che in molte persone è troppo forte. Invece di concentrarci su ciò che non va, sottolineiamo ciò che vorremmo che fosse:
Così come i pensieri negativi possono abbatterti, quelli positivi possono darti coraggio e motivarti. I discorsi interiori sono più efficaci se sono credibili e se si riferiscono a situazioni concrete.
Secondo studi psicologici, parlare con se stessi in seconda persona (“tu”) può essere efficace. Frasi come «Ce la fai» o «Puoi prenderti il tempo che ti serve» possono aiutarti a prendere le distanze e a vedere le cose in modo più sereno. Questa prospettiva aiuta a regolare meglio le emozioni, come se stessi parlando con una persona di fiducia.
Anche questa osservazione è in linea con la psicologia clinica. «La mia esperienza professionale mostra però che la maggior parte delle persone si sente più coinvolta se si usa la prima persona (“io”) rispetto alla seconda (“tu”)», afferma Nadia Fernández Müller.
Farti domande e darti le risposte è un processo mentale normale. Il cervello simula un dialogo per valutare le opzioni o per prepararti a prendere una decisione.
Non c’è nulla di male nel parlare da solo, a patto che:
Le conversazioni con te stesso sono normali a qualsiasi età:
Non c’è un’età in cui i monologhi interiori diventino insoliti.
Si parla di monologhi interni non controllati quando i pensieri sono molto invadenti, difficilmente interrompibili o percepiti come estranei. Questa forma si distingue nettamente dai monologhi interni quotidiani e dovrebbe essere valutata da un esperto, soprattutto se vengono percepiti come un peso.
«Se i monologhi interiori sono esclusivamente negativi, provocano ansia o panico, ostacolano il controllo di altri pensieri o compromettono le attività quotidiane, è consigliabile un consulto professionale», consiglia l’esperta.
«Le normali conversazioni con se stessi non sono un segno di malattia mentale», spiega Nadia Fernández Müller. Tuttavia, in determinate malattie mentali possono manifestarsi sintomi che si differenziano chiaramente da questi. «Ad esempio, l’udire voci che non vengono percepite come pensieri propri».
La consulente psicologica sottolinea: «L’aspetto decisivo è se i pensieri vengono percepiti come propri o come estranei».
Parlare con se stessi non è un segno di confusione, ma uno strumento quotidiano del pensiero. Chi impara a parlare con se stesso in modo oggettivo e benevolo, favorisce la concentrazione, la stabilità emotiva e può gestire meglio le situazioni di stress.